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domenica 31 ottobre 2010

La Schiavitu

La Schiavitù

Su Gor, la schiavitù è una istituzione complessa, con centinaia di sfaccettature e aspetti legali, sociali, economici ed estetici.

La schiavitù è un'antica istituzione, con una sua lunga storia. Perfino la mitologia goreana comprende una storia che ne giustifica la creazione.

Molto tempo fa, ci fu una guerra tra gli uomini e le donne di Gor. Le donne furono sconfitte. Tuttavia, i Preti-Re non vollero che tutte le donne fossero uccise e quindi le fecero bellissime. Come prezzo per la loro bellezza, i Preti-Re decretarono che esse sarebbero per sempre state sottomesse agli uomini.

Questo è vero in generale, su Gor. Pur conservando un certo grado di autonomia, anche le Donne Libere (Free Women) sono comunque sottomesse agli uomini. Gor è un mondo di uomini.

I goreani vedono la schiavitù come un'istituzione naturale, basata sulle differenze biologiche tra uomini e donne. La dominanza maschile è pervasiva nei mammiferi, e assoluta nei primati.

Gli uomini vedono il fatto di essere dominanti come un diritto. Molte donne sentono che ciò è vero e le schiave sono solitamente molto soddisfatte nel loro "bondage".

Sebbene esse possano inizialmente ribellarsi all'idea di essere schiave, imparano a rivelarsi ed a sentirsi realizzate nella loro sottomissione.

Il femminismo non esiste su Gor. I goreani accettano la schiavitù come parte naturale della vita e pochi mettono in discussione la sua validità fondamentale.

"La schiavitù femminile è l'espresssione istituzionalizzata, in una civiltà congeniale alla natura, della fondamentale relazione biologica tra i sessi. Nell'istituzione della schiavitù femminile troviamo questa relazione fondamentale riconosciuta, accettata, chiarita, corretta e celebrata." (Savages of Gor, p.193-4 USA)

La schiavitù è una parte importante del tessuto economico della società goreana. Dai lavoratori del metallo che producono acciaio per schiavi, ai profumieri che creano profumi per schiavi, quasi ogni casta trae beneficio dalla schiavitù.

Gli schiavi eseguono molti compiti su Gor, dai campi alle città. Senza l'istituzione della schiavitù, ci sarebbe un grosso buco nell'economia della società goreana.

Ci sono schiavi che aiutano i contadini nei campi, schiavi di stato che puliscono le strade e che lavorano nei lavatoi pubblici. La schiavitù è un'attività estesa a molti campi di applicazione.

Va quindi tenuto presente che la schiavitù non fu istituita solo per il piacere degli uomini. La schiavitù riguarda molto di più e molto altro che semplicemente sesso, sebbene all'80% degli schiavi siano richiesti servigi di natura sessuale.

Ad una prima e superficiale occhiata ai libri, si può essere indotti a pensare che la maggior parte delle donne goreane sia in schiavitù. In realtà solo una donna ogni 40 o 50 si trova in schiavitù, il che equivale ad una percentuale compresa tra il 2% ed il 3% (cfr. Beasts of Gor, p.246 USA)

Normalmente, quando si parla di schiavi, ci si riferisce a schiave femmine. Si tenga presente però che l'istituzione della schiavitù non esclude l'esistenza di schiavi maschi. Esistono infatti anche schiavi maschi, anche se in misura inferiore. Il rapporto numerico tra schiavi maschi e schiave femmine su Gor è di circa 1 a 10.

In base ai libri le schiave si dividono in due categorie, normalmente identificate dalle sete che indossano: le sete bianche e le sete rosse.

Le sete bianche sono indossate dalle ragazze vergini, mentre le sete rosse vengono usate dalle ragazze non più vergini. Questa è l'unica distinzione presente sui libri.

Online, su AW in particolare, il colore delle sete indossate può indicare il grado di istruzione di una ragazza, ed esistono normalmente tre livelli: seta bianca, seta gialla e seta rossa.

In ogni caso, la condizione di schiavitù non richiede alcun segno esplicito di sottomissione. Una schiava senza collare o senza marchio è sempre una schiava.

Vengono utilizzati degli oggetti come segno di proprietà e per indicare l'identità del proprietario (Master).

Online, esistono differenti modi per rappresentare l'identità del Master di una schiava. In IRc si pospongono al nome della schiava le lettere rappresentative del Master, racchiuse fra due parentesi graffe.

Cos'è una schiava?

"Tutta la tua vita," egli disse, "sarà ora pervasa dalla sessualità, dalla tua femminilità. La tua vita sarà ora una vita sessuale, una vita in cui la femminilità, per la prima volta, sarà di innegabile e capitale importanza. Sarà una vita in cui essa sarà intensamente centrale."

"Sì, Master," ella disse.
"Sarà una vita di totale femminilità, e dedizione, e servizio, e amore."

"Sì, Master," ella disse.
"Il più piccolo compito della tua vita, come pulirai il cuoio del tuo master, come preparerai i suoi abiti, come cucinerai e cucirai, come farai acquisti, come pulirai e laverai, perfino il compito più minuscolo e servile, tutte queste cose diventeranno sessuali, tutte diventeranno espressione della tua femminilità, appropriate e gioiose manifestazioni del tuo amore e del tuo servizio, senza valore, ma impotentemente ed offerti , solamente quelli di una schiava insignificante." "Capisco," ella disse.

"La vita di una schiava femmina," egli disse, "è una vita completamente dedicata all'amore. Non è il frutto di un compromesso. Non è una di quelle vite che sono un po' questo e un poì quello. È un modo di vivere totale, una vita completa. La schiava femmina ambisce a dare tutto, altruisticamente, sapendo che ella, poiché è una mera schiava, un animale senza diritti posseduto dal suo master, un animale che può essere comprato e venduto al suo minimo capriccio, non può pretendere niente, perché ella non merita niente, e non ha il dritto neanche alla minima attenzione e considerazione. Non sono possibili contrattazioni con lei, né patti."

"Sì, Master," sussurrò la ragazza.
"Ed è per simili donne," egli disse, "che gli uomini sono pronti a morire."
(Mercenaries of Gor, p.435-6 USA)

Posture

Accoccolata
Scivola rapidamente accanto al Master sulla pelliccia, si raggomitola contro il Suo fianco, percepisce il Suo calore rannicchiandosi nella piega del Suo braccio.

Bacio della kajira
Camminando sulle ginocchia si avvicina al Master, il suo corpo inchinato, abbassa il capo sino a sfiorare il ruvido pavimento, la parte inferiore del suo corpo spinta verso l'alto, le morbide curve offerte, le sue bianche cosce divaricate per mettere in mostra la delicata parte del corpo ove risiede il centro del suo calore di schiava.

Bacio del Master
Il Master prende tra le mani i capelli della kajira, tira bruscamente la testa molto all'indietro mettendo il mostra il tenero collo e attira il volto di lei verso di Lui. Egli poi bacia profondamente, con forte energia le labbra.

Bara
I Supina, la testa voltata verso destra, la guancia ed il ventre premuti contro il pavimento freddo, le braccia poggiano sulla schiena, le caviglie,come i polsi, delicatamente intrecciate pronte per essere legate.

Braccialetto
Raddrizzando la schiena, con i capelli di lato, i polsi incrociati all'indietro, attende di essere legata.

Capelli
Di fronte al Master, il busto in avanti, si china. Le mani scivolano verso il basso e si appoggiano lungo le cosce. Lascia che i suoi morbidi capelli cadano davanti al viso, pronta ad essere usata in qualunque modo Lui desideri.

Cattura
Sdraiata, la schiena appoggiata al pavimento, gli occhi chiusi, le braccia lungo i fianchi, le ginocchia sollevate, le cosce divaricate, i piedi appoggiano sul pavimento ruvido che preme contro la morbida pelle, attende di essere presa.

Conduzione
Inginocchiata di fronte al Master, le mani umilmente appoggiate dietro la schiena, la testa piegata quasi a sfiorare il Suo fianco, lei si china a terra pronta ad essere condotta ovunque Lui desideri.

Coperta
Abbandonata silenziosamente sulla grande pelliccia , il corpo sprofondato completamente nel folto pelo, distesa, silenziosa e immobile, sino a che il Master o una persona libera decida di farla spostare.






Esposizione
Sta in piedi di fronte al Master, gli occhi bassi in segno di sottomissione, il mento leggermente inclinato verso di Lui. Lei pone le sue piccole mani sulla nuca in modo da consentire al suo seno di essere spinto verso l'alto ed essere esposto, divarica le gambe per rendere visibile il marchio.

Frusta
Scivola velocemente in ginocchio, i fianchi esposti verso l'alto, la fronte al pavimento, le braccia incrociate sul ventre, le mani aggrappate ai fianchi

Genuflessione della Torre
Scivola lentamente in ginocchio davanti al Master, le cosce modestamente chiuse, la schiena diritta, le spalle erette, i polsi incrociati e appoggiati in grembo, le palme rivolte all'insu'.

Inchino
Dalla posizione del nadu lentamente si piega all'indietro sino a che il capo sfiora il pavimento. Pone le mani ai lati del capo e si solleva verso l'alto inarcando la schiena.

Ko Lar
Cade in ginocchio ai piedi del Master e piega la schiena sino ad accucciarsi sui talloni, le braccia si tendono lentamente, i polsi incrociati, la testa abbassata tra le braccia in gesto di implorazione.

Labbra
Scivola in ginocchio davanti al Master, sta attenta ad allargare le cosce per quanto puo', la schiena inarcata all'indietro, le palme in su in segno di sottomissione, e increspa le sue rosse e piene labbra in attesa del Suo bacio, felice dell'onore che Lui le concede.

Lesha
Si inginocchia fieramente ai piedi del suo Master, la schiena orgogliosamente inarcata per mettere in mostra la Sua proprieta', le cosce divaricate per il Suo piacere. Lei solleva la testa ed inclina il mento, e incrocia i polsi dietro la schiena. La schiava attende la mano del suo Master, che regge il guinzaglio e che lo agganci al collare, preparandosi ad essere la sua schiava.

Nadu
Scivola in ginocchio, le ginocchia appoggiate al pavimento, le cosce completamente allargate invitano lo sguardo del Master, la schiena inarcata, i seni esposti, i capezzoli induriti ed eretti, solleva sensualmente il capo, abbassa gli occhi ai Suoi piedi in segno di rispetto, le mani appoggiate alle cosce, i palmi rivolti in alto in segno di sottomissione.






Obbedienza
Prostrata sul pavimento di fronte a Lui, la tenera pelle arrossata mentre si sposta lentamente, strisciando, sino a che finalmente raggiunge i Suoi piedi. Alza il capo soltanto quanto basta a sfiorare con le labbra ciascuno dei suoi piedi, la punta della sua lingua sfiora leggermente la Sua pelle. Il capo resta appoggiato al pavimento, le mani strette intorno alle Sue caviglie, ella alza un Suo piede e lo porta sino a sfiorare il collo per un lungo momento, prima di riportarlo dolcemente nella sua posizione, poi si prostra completamente a terra, davanti a Lui in attesa di un Suo ordine.

Piede
Si alza prontamente al richiamo del Master, accorre muovendosi velocemente avvicinandosi e ponendosi sul suo fianco sinistro, leggermente indietro, a capo chino, pronta a seguirlo ovunque Lui la voglia condurre.

Prostrata
Scivola con grazia nella posizione "nadu" di fronte al Master, le cosce completamente spalancate, lentamente abbassa la testa verso il pavimento, le sue braccia distese davanti a lei, le minuscole palme appoggiate a terra, i suoi capelli sparsi sul pavimento.




Quadrupede
A quattro gambe, come un animale, non puo' parlare ne' prendere nulla con le mani, deve essere soltanto un muto animaletto che esegue felice ogni ordine.

Riverenza
Scivola ginocchia ai piedi del Master, sta attenta ad aprire completamente le cosce davanti ai Suoi occhi, seduta sui talloni, la schiena inarcata, il seno bene esposto. Abbassa il capo per mostrare al Master la sua totale e completa sottomissione.

She Leen
Piega le ginocchia al comando del Master, appoggia i gomiti sul pavimento e abbassa il capo, pone le mani sul collo e incrocia saldamente le dita. Si abbassa sino a che il seno sfiora il pavimento, ruota la parte inferiore del corpo i modo seducente, stende le cosce allargandole completamente, in attesa del piacere che le vorra' dare il Master.

Sottomissione
Si inginocchia nella dolce posizione del nadu davanti al Master, e lentamente si china in avanti sino a che la sua guancia liscia sfiora le ruvide mattonelle del pavimento della Taverna. Si stende, solleva il Suo pesante piede e se lo pone sul collo, il Suo peso preme il suo collo ed il suo viso contro il pavimento. Porta le sue braccia all'indietro , incrocia i polsi posti sulla curva della schiena.
Sula
Si sdraia lentamente all'ordine del Master sino a porre sul morbido pelame le sue piccole mani, le palme rivolte all'insu', le dita leggermente richiuse come morbidi petali, lentamente apre le gambe, la morbida luce si riflette sulle sue bianche cosce, le ciglia abbassate sugli occhi, le ginocchia leggermente sollevate.

Sula Ki
Si pone lentamente sulla schiena, la testa rivolta opposta al Master, abbassa gli occhi esitanti, cercando di mascherare il desiderio, distende le braccia lungo i fianchi, le palme rivolte all'insu', le dita dolcemente rivolte verso l'interno, le gambe distese e i fianchi dolcemente sollevati, quasi ad invitare il Master ad usare il suo corpo, come e' stata educata a fare.

Strisciare
Si lascia cadere sulle ginocchia, appoggia gli avambracci a terra, striscia verso il Master, le mani sollevate, la fronte sfiora il pavimento, ferma le labbra vicino ai Suoi piedi.

Tavolino
Si pone sulle mani e sulle ginocchia, chiude i gomiti e separa le ginocchia, la schiena diritta, livellata al suo capo e al suo collo. Si prepara ad essere usata, geme dolcemente quando Lui posa la sua scodella sulla sua schiena, i Suoi piedi appoggiati vicino.

Uso
Scivola lentamente nella posizione, appoggiandosi sulle mani e sulle ginocchia, le cosce divaricate, gli occhi fissano ciecamente davanti, la testa diritta attende immobile gli ordini, i capelli le ricadono lentamente sulla schiena.

Ventre
Sdraiata sul ventre davanti al Master, entrambe sue minuscole mani appoggiano sul capo, quasi coperte dai capelli.

Journey through Gor

Gorean Style

Gor Capitolo secondo

Capitolo Secondo




LA CITTÀ DELLE TORRI









L'ultima cosa che ricordo di quella notte sulle montagne del New Hampshire fu d'aver mosso un passo oltre la soglia dell'astronave discoidale, ed a questo punto la mia memoria s'interrompe bruscamente. Poi m'accorsi d'essere disteso e compresi che mi stavo risvegliando da un lungo sonno ristoratore; ma, nell'aprire gli occhi, m'aspettavo di vedere le familiari pareti della mia stanza all'ostello delcollege. Scorsi invece qualcosa di completamente diverso.




Giacevo su un lettino duro come un tavolaccio, al centro d'un locale circolare il cui soffitto era alto appena poco più di due metri. Sulla parete rotonda s'aprivano cinque finestrelle così strette che non avrebbero lasciato passare un bambino, e che dalla forma avrei detto fossero le feritoie d'un castello medievale. Daesse entrava una luce diurna molto viva e, tirandomi su a sedere con un grugnito, osservai il resto dell'arredamento.




Non c'era molto da vedere. Alla mia destra era appeso un arazzo di lana spessa su cui era ricamata una scena di caccia, che osservai sbattendo le palpebre. I cacciatori erano armati di lunghe picche, montavano in sella a grossi uccelli simili a rapaci e stavano dando addosso a una sorta d'enorme cinghiale fornito di zanne affilate come scimitarre. A parte il soggetto di stampo fantasioso, lo stile era d'un genere pre-rinascimentale, bucolico ed ingenuo ma non spiacevole.




Dalla parte opposta faceva bella mostra di sé uno scudo tondeggiante con sopra applicate due lance incrociate. Dal tipo avrebbe potuto esser scambiato per una classica egida greca, ed intorno all'umbone giostravano figure stilizzate che non avrebbero sfigurato su un antico vaso ellenico. Il disegno centrale mi risultò incomprensibile, e non seppi decidere se fosse un anagramma o una fantasia d'artista. Sullo scudo era appeso anche un elmo, o forse farei meglio a definirlo un cimiero, visto che lo stesso Achille non avrebbe esitato a metterselo in testa.




Quell'insieme di oggetti ispirava una bellicosa fierezza, ma dava anche l'impressione di non esser lì solo per ornamento, un po' come le armi che i Minuteman tenevano appese al muro per esser pronti ad usarle nel tradizionale spazio d'un minuto. Notai che sembravano tenute lustre e pulite dal continuo contatto di mani adatte ad impugnarle, e m'incuriosì la forma dell'elmo, fornito di una fenditura ad «Y» per gli occhi, mentre naso e bocca erano scolpiti nel metallo del coprifaccia.




A parte questi oggetti, un paio di blocchi di pietra che avrebbero potuto essere seggiole e un tappetino, il locale non conteneva altro. Muri e soffitto mi parvero in solido marmo bianco di buona qualità. Ma non c'era nulla che avesse l'aspetto d'una porta d'ingresso. Scesi dal piano su cui giacevo, constatando che si trattava d'un pesante tavolo anch'esso di marmo, e mi accostai ad una feritoia. Il cielo che vidi all'esterno era d'un azzurro assolutamente identico a quello della Terra, ed in esso brillava un sole che soltanto le dimensioni leggermente superiori distinguevano da quello a cui ero abituato. Era comunque una stella gialla della stessa classe spettrale. La mia prima impressione fu che mi trovavo ancora sulla vecchia e cara Terra, e che l'apparente maggior grandezza del sole era un'illusione ottica.




Trassi un profondo respiro e i miei polmoni si riempirono di buon ossigeno, cosa che mi confortò nella sicurezza di non esser stato trasportato su chissà quale pianeta lontano. L'atmosfera era quella giusta, riflettei fra me. Nello stesso tempo, però, ciò che i miei occhi vedevano mi stava facendo di nuovo cambiare idea, perché fuori da quella feritoia si stendeva un centro abitato d'aspetto assai poco terrestre. C'era un gran numero di torri cilindriche alte e dalla cima piatta, variamente colorate, traforate da strette finestrelle e collegate fra loro da una quantità di ponti ad arco leggeri e di bell'effetto. All'apparenza l'edificio in cui m'ero risvegliato aveva una struttura in tutto simile.




Il mio campo visivo non mi consentiva di scorgere il suolo, ma in distanza vidi colline ricoperte di vegetazione verde che avrebbe potuto essere erba o macchia molto fitta. Meravigliato, e chiedendomi se non fossi finito in una situazione pericolosa o sgradevole, tornai presso il tavolo.




Passai una mano sulla superficie di freddo marmo, ma intanto mi stavo accorgendo che in quel luogo c'era un'altra cosa diversa e inaspettata: il mio peso corporeo non era più lo stesso. Saltai al di là del tavolo e l'altezza del mio balzo fu superiore a quella che le mie gambe mi avrebbero normalmente dato. Feci qualche rapido passo, tentai ancora un saltello, e il mio stupore si trasformò in certezza: la gravità che mi attraeva al suolo era alquanto minore di quella terrestre.




Dunque m'avevano trasferito su un mondo meno denso o più piccolo del mio, il quale doveva ruotare attorno al sole ad una distanza che valutai sui 120 milioni di Km. Scartai subito l'ipotesi che fosse Venere: ciò che mi circondava non era certo un inferno d'anidride carbonica surriscaldata. Tuttavia ne sapevo abbastanza di astronomia per decidere che quella stella era quasi certamente il Sole.




Un'altra cosa mi avevano fatto: ero stato spogliato di tutti i miei vestiti ed ora indossavo una tunichetta rossa stretta alla vita da una cintura di cuoio giallo. Qualcuno doveva essersi preso la briga di farmi un bagno, perché la fanghiglia di cui m'ero impiastricciato sulle White Mountains era sparita. L'anello sul cui castone era incisa la «C» non mi era stato tolto, anzi me l'avevano infilato all'anulare della mano destra.




Più che mai sconcertato e anche un po' impaurito, sedetti sul tavolo e cercai di rimettere ordine nei pensieri per trarne qualche solida deduzione. Non venni a capo di niente. Mi sentivo come può sentirsi un bambino in fasce trasportato nel mezzo di un Luna Park, assalito da un universo d'immagini e di sensazioni a cui è difficile dare un significato.




Un rumore alle mie spalle mi fece trasalire, e vidi che nella parete s'era aperta una porta nascosta. Sulla soglia c'era un individuo di mezza età, robusto e rosso di capelli, che venne subito dentro. Non avevo saputo cosa aspettarmi, e fui sollevato nel vedere che su quel pianeta abitava gente del tutto umana. Anche lui indossava una tunichetta della stessa foggia, con cintura e sandali di cuoio. Sorrise amichevolmente e mi appoggiò le mani sulle spalle, non meno che se fossi stato un suo vecchio e affezionato conoscente.




«Tarl, figlio mio!», esclamò.




«Ma cosa...» riuscii appena a balbettare, stupefatto.




«Sono tuo padre, ragazzo.»




L'uomo rise, afferrandomi una mano e stringendola fra le sue, divertito dalla meraviglia che dovevo aver dipinta sulla faccia. Mi chiese se m'ero svegliato bene ed io risposi di sì. La sua faccia mi era nuova e sconosciuta, ma io ero uno straniero su un mondo che non era la Terra e faticavo a convincermi della realtà della situazione, eppure quello era mio padre.




«Come sta la mamma, figliolo?»




«Morta e sepolta. Un bel po' di tempo fa,» borbottai.




«Ah!» Corrugò le sopracciglia, scosse il capo e disse: «Mi dispiace molto. Le volevo bene davvero. Fra tutti voi mi era la più cara.»




Attraversò la stanza e si mise a guardare fuori da una finestrella, con atteggiamento fra addolorato e pensoso, ma io mi chiedevo quanto poteva esserci d'autentico in quella sofferenza. Non avevo nessuna intenzione di provare affetto e simpatia per lui. Aveva lasciato mia madre a lottare con la miseria in un sobborgo di Bristol, e per me non aveva fatto altro se non appiopparmi un nome insolito. Adesso cos'aveva da mettersi a ruminare ricordi lacrimevoli? Che motivo aveva di compiangere una donna per cui proprio lui era stato fonte di infelicità? Inoltre non mi era piaciuta troppo quella sua frase «Fra tutti voi mi era la più cara». Cosa intendeva dire? non avevo nessuna voglia di saperlo.




Ma intanto che dicevo questo a me stesso, sentivo anche il desiderio d'avvicinarmi a lui e di mettergli una mano su una spalla, di toccarlo e di fargli capire che infine non ce l'avevo con lui, perché fra me e quell'uomo c'era un legame di sangue che era un legame di vita, e d'un tratto m'avvidi di avere gli occhi umidi. Qualcosa di oscuro si muoveva in me, riaffioravano memorie che non sapevo di avere: il ricordo d'un volto di donna dolce e gentile e di due braccia che mi stringevano con amore. E accanto a quello di lei un altro viso, mascolino e sorridente. Mi morsi le labbra.




«Padre,» sussurrai.




Lui si raddrizzò e si voltò, fissandomi senza aprir bocca. Aveva un'espressione indecifrabile, e non potei capire se era quella di un uomo che ha appena ingoiato qualche lacrima, ma certo c'era una sorta di angoscia sul suo volto severo. Guardandolo dritto negli occhi, compresi che di lui non sapevo proprio niente, e che forse m'ero sbagliato nel giudicarlo, perché il modo in cui mi osservava esprimeva un affetto silenzioso su cui non potevo ingannarmi.




«Ragazzo mio... Tarl,» disse sottovoce.




Un momento dopo lo stavo abbracciando forte, piangendo, ed anch'egli mi teneva stretto a sé senza nascondere le lacrime. Più tardi avrei appreso che quello sfoggio d'emozioni non era considerato affatto sintomo di sdolcinatezza nel mondo in cui ero stato portato. Anzi, al contrario di quanto accade con l'ipocrito moralismo terrestre, esprimere con pienezza le proprie emozioni veniva giudicata cosa degna di rispetto e di stima.




Quando mi lasciò, si asciugò gli occhi con un gesto calmo, studiandomi con un sorriso simile ad una smorfia triste. «Non la dimenticherò, credimi. Non fu per mia volontà che lasciai tua madre.»




Rimasi zitto. Come se avesse intuito il mio groviglio di emozioni, lui tornò serio. La sua voce cercò di suonare brusca:




«Ho apprezzato molto il tuo regalo, Tarl Cabot,» dichiarò.




Visto poi che non capivo, disse ancora: «Voglio dire la terra. Una manciata del mio suolo natale.»




Scossi appena il capo. Volevo che continuasse a parlare, che rispondesse alle cento domande che mi frullavano nella mente, che mi spiegasse quali misteri c'erano dietro la sua e la mia presenza lì, dietro l'esistenza stessa di quel pianeta tanto simile alla Terra, e soprattutto per quale motivo ero stato prelevato dal mio pianeta e dalla mia vita.




«Devi essere piuttosto affamato, vero?», disse invece lui.




«Affamato di notizie, padre. Cosa sto facendo qui? E dove...»




«Naturalmente, certo,» m'interruppe. Poi sorrise. «Ma intanto ti conviene mangiare un boccone. Mentre ti riempi lo stomaco parleremo di tutto questo. Va bene?»




Batté le mani due volte e la porta, che s'era chiusa, si riaprì nuovamente. Spalancai gli occhi. Nella cornice d'ingresso era comparsa una ragazza bionda e decisamente bella, una giovane fata dagli occhi blu sulla quale fui costretto ad inchiodare uno sguardo d'ammirazione. Indossava una tunichetta alla schiava quasi indecente sotto cui s'indovinava un corpo delizioso, ed il suo unico ornamento, sempre che si trattasse di un ornamento, era un collare metallico che le circondava il collo aggraziato. Depose sul tavolo un vassoio colmo di cibi assortiti ed uscì svelta com'era entrata.




Mio padre non l'aveva degnata di uno sguardo, ma aveva notato la luce che s'era accesa nelle mie pupille.




«Se la vuoi, stanotte potrai averla,» disse.




Non fui sicuro d'aver capito bene cosa volesse dire, e tacqui. Lui mi indicò uno dei sedili di pietra accostati al tavolo e insisté perché cominciassi subito a mangiare. Era cibo semplice, che dapprima esitai ad assaggiare perché avrei voluto piuttosto parlare e chiedere spiegazioni, ma l'appetito l'ebbe vinta e mi portai alla bocca un cosciotto succulento, la carne sembrava avere il caratteristico sapore della cacciagione, ed era stata rosolata sulla fiamma viva. La frutta, che consisteva in grappoli d'uva e pesche non troppo dissimili da quelle terrestri, era succosa e fresca come appena colta. Mi versai un boccale di vino e lo trovai frizzante, molto alcolico e migliore per ubriacarsi in allegria che per accompagnare un pasto. Più tardi mi avrebbero insegnato che si chiamavaKa-la-na, una qualità locale. Ma, nel frattempo, mio padre aveva finalmente deciso di cominciare a parlare.




«Il nome di questo pianeta è Gor,» disse. «E la stessa stella a cui ruota intorno è il nostro vecchio Sole. Come distanza, ci troviamo più o meno a metà fra l'orbita di Venere e quella della Terra. Il nome Gor ha un preciso significato. Qui abbiamo parecchie lingue diverse, ma in ognuna esso significaPietra della Casa, o anchePietra del Focolare.»




«Gor,» ripetei io, annuendo.




«Nei paesetti di campagna sparsi dappertutto,» spiegò lui, «ogni casupola viene edificata attorno ad un centro costituito da una pietra piatta, sulla quale è inciso il nome di famiglia o lo stemma del fondatore della comunità, e perciò essa viene chiamata laPietra della Casa. Si tratta di un simbolo di sovranità territoriale, e in effetti ogni membro della comunità domina su un territorio sovrano che gli appartiene di diritto.»




«Capisco,» dissi, addentando una pesca.




«Col passare del tempo, moltePietre della Casa finirono con l'essere il centro di vere e proprie città. Nei villaggi esse si trovano in quella che è tradizionalmente la piazza del mercato, mentre nelle grandi città l'uso vuole che siano tenute sulla cima della torre più alta. Dunque tu comprendi che per la gente laPietra della Casa è gravida di significati mistici e simbolici, un po' come le bandiere nazionali sulla Terra.»




Dicendo questo si era alzato ed aveva preso a camminare avanti e indietro per il locale, con lo sguardo acceso da una vivacità che lì per lì non sapevo spiegarmi. In seguito appresi che quando un abitante di Gor parla di questo argomento, ed in particolare della suaPietra della Casa, lo fa sempre stando in piedi e in tono un po' enfatico. Questo, come altre forme d'orgoglio campanilistico, è un costume che ha le sue origini nel lontano passato d'un pianeta i cui codici d'onore di stampo spesso barbarico sono rigidamente rispettati.




«Queste pietre, ragazzo mio, sono quasi tutte diverse come forma, colore e altezza, e molte di esse sono scolpite in modo assai complesso. Alcune delle maggiori città hannoPietre della Casa piccole e all'apparenza insignificanti, ma d'incredibile antichità. Le più rispettate risalgono all'epoca lontana e dimenticata in cui l'abitato era ancora un borgo primitivo, e alcune di esse appartenevano addirittura a condottieri nomadi che le poggiano là dove stabilivano il loro accampamento. Le tradizioni di questo genere sono importantissime.»




Mio padre fece una pausa e si volse a guardare all'esterno. Per un paio di minuti restò davanti alla finestra, volgendomi le spalle, poi si schiarì la gola e riprese il discorso là dove l'aveva lasciato:




«Nel luogo in cui un uomo depone la suaPietra della Casa c'è il suo focolare e, legalmente, quel terreno diventa sua proprietà privata. Come immaginerai, ciò può dare origine a dispute. La terra può essere buona o può non esserlo ma, quando è ben fertile, capita che la si debba difendere con la spada dalla cupidigia di eventuali vicini forti e minacciosi.»




«Con la spada?», domandai, stupito.




«Ma sicuro!», esclamò lui, sorridendo come se avesse detto la cosa più naturale del mondo. «Ah, vedo che hai proprio bisogno di imparare anche le cose più elementari della vita su Gor, ragazzo. Qui esiste quella che potremo chiamare una grande quantità di dinastie, ognuna imperniata sulla propriaPietra della Casa. Le questioni di proprietà e di confine, inconciliabili in altri modi, vengono regolate con la spada. Chi vuole guadagnarsi un pezzo di terra fertile, dev'essere disposto a battersi, prima per conquistarselo e poi per difenderlo.»




«Un giorno o l'altro,» riprese dopo una pausa, «ti mostrerò la mia piccolaPietra della Casa, che tengo in camera mia. Contiene una manciata del buon suolo della Terra, che portai con me quando venni per la prima volta su questo pianeta.» Mi fissò acutamente, e poi dichiarò con estrema calma: «Aggiungerò ad essa quella che mi hai portato tu, e un giorno questa terra ti apparterrà... sempre ché tu viva abbastanza da guadagnarti la tuaPietra della Casa, beninteso.»




Io mi forbii la bocca col dorso di una mano e mi alzai. Lo sguardo di mio padre si era fatto offuscato e distante.




«Il sogno ricorrente di ogni conquistatore o uomo di stato è quello di possedere laSuprema Pietra della Casa, la pietra che gli dà la potestà sull'intero pianeta di Gor,» disse senza guardarmi. «Si racconta che laSuprema Pietra della Casa sia non dissimile da tante altre, ma nessuno che io conosca l'ha mai vista. Si trova nell'Inviolabile,un luogo tanto sacro quanto irraggiungibile, ed è il simbolo su cui si fonda il potere dei Re-Sacerdoti, che risiedono là.»




«Chi diavolo sono i Re-Sacerdoti?», chiesi.




Mi fissò improvvisamente corrucciato, quasi che gli sembrasse d'aver già detto più di quanto non desiderasse. Per qualche minuto né lui né io parlammo.




«Non hai torto,» borbottò infine, ritrovando il sorriso. «Credo che dovrò parlarti anche dei Re-Sacerdoti. Ma adesso torniamo agli argomenti più immediati, altrimenti non potrai capire ciò che dico. Sediamoci.»




Quando ci fummo sistemati sui sedili di pietra, ciascuno a un lato del massiccio tavolo, riprese ad illustrarmi la realtà di quel mondo con parole metodiche e ponderate.




Mio padre si riferiva al pianeta Gor chiamandolo anche la Contro-Terra, prendendo quest'espressione dagli scritti di certi matematici post-pitagorici che avevano per primi speculato sull'esistenza di un tale mondo. Abbastanza significativo trovava il fatto che una delle parole di Gor per indicare il Sole fosse Lar Torvis, ovverosia il Fuoco Centrale, termine che quei matematici usavano per definire la posizione del Sole rispetto a tutti gli altri corpi celesti. L'espressione popolaresca era invece Tar-tu-Gor, che significa laLuce sopra la Pietra della Casa. Fra la gente comune esisteva una setta di adoratori del Sole, il numero dei quali era però insignificante se paragonato a quello di coloro che veneravano invece i Re-Sacerdoti. Tali personaggi venivano temuti e adorati come degli Dèi, e perfino dalla bocca dei più forti guerrieri si potevano udire, in situazioni di pericolo, preghiere e invocazioni rivolte ad essi.




«I Re-Sacerdoti,» mi rivelò mio padre, «sono eterni e immortali. O quantomeno questa è la credenza più diffusa.»




«Ed anche tu lo credi?»




«Non lo so.» Alzò le spalle. «Forse è davvero così.»




«Ma cosa sono, in realtà?»




«Degli Dèi, probabilmente.»




«Vuoi prendermi in giro?»




«No di certo. Ti sto riferendo ciò che pensa la gente. Del resto non è forse vero che al di là della vita e della morte c'è qualcuno o qualcosa di trascendentale?»




Visto che restavo in silenzio, riprese: «Per quel che valgono le mie supposizioni, potrei credere che i Re-Sacerdoti siano umani in tutto, o addirittura più che umani. Oppure potrebbero essere creature umanoidi. Comunque sono esseri in possesso di una scienza e di una tecnologia in confronto alla quale quella terrestre è poco più che alchimia medievale.»




Quest'ultima dichiarazione mi parve almeno fondata, visti i fatti che mi avevano appena avuto come protagonista e vittima insieme. Sulle White Mountains mi ero trovato in presenza di forze all'apparenza incomprensibili, che tuttavia potevano essere spiegate con l'esistenza di una capacità scientifica superiore a quella umana. Sia il terrore che m'aveva offuscato la mente, sia il potere da cui ero stato di nuovo trascinato al campo, sia i disturbi della bussola, dovevano essere stati originati da strumenti assai evoluti. La nave discoidale era chiaramente il prodotto d'una scienza avanzatissima. Tutto ciò che m'era accaduto trovava la sua origine negli strumenti tecnici di cui erano forniti i dominatori di Gor. Ma, più che spiegarmi i fatti, questo creava in me altre domande. Ero teso nello sforzo di convincermi che tutto quanto non era frutto d'un sogno.




«I Re-Sacerdoti hanno stabilito questa loro sede,l'Inviolabile, nel mezzo delle montagne di Sardar, una vastissima zona montagnosa e accidentata nella quale chi ci tiene alla vita non si azzarda a penetrare. È una terra considerata tabù, e piena di pericoli sconosciuti. Se pure qualcuno è riuscito ad addentrarvicisi, non è mai tornato indietro a raccontarlo. «Qui lo sguardo di mio padre si fece ancora lontano e cupo, come se vi fossero cose che preferiva dimenticare. Dopo un breve silenzio riprese: «Si ha notizia di gruppi di idealisti o di ribelli che in varie epoche hanno intrapreso l'ascesa di quelle gelide e dirupate montagne, lasciandoci la vita fin dall'inizio. Non ci sono piste né sentieri e, osservata dall'esterno, la zona appare piena di barriere insuperabili. Membra e frammenti corporei di fuorilegge e di fuggiaschi che avevano cercato rifugio sulle Montagne di Sardar sono stati ritrovati in pianura, spesso assai lontano, come rosicchiati e spezzati da denti o becchi di qualche animale.»




Mi versai ancora un boccale di vino, senza saper cosa pensare. Solo allora mi accorsi che l'avevo quasi finito, bevendo distrattamente mentre ascoltavo. Mi sentivo già un tantino alticcio, e feci alcuni lunghi respiri per schiarirmi le idee.




«Qualche volta,» disse lui a bassa voce, «capita che un disperato o un vecchio non ancora stanco della vita tenti l'impresa nella speranza di scoprire laggiù il segreto dell'immortalità. Ma se mai uno di loro l'ha davvero trovato, certo non è poi tornato a vantarsene né si è mai più rivisto nella Città delle Torri. Qualcuno ha azzardato l'ipotesi che i più fortunati di costoro, una volta raggiuntol'Inviolabile, divengano essi stessi Re-Sacerdoti. Ma chi può saperlo? La mia opinione, così come l'opinione del popolo è che, cercare di svelare i segreti dei Re-Sacerdoti, significhi sempre morire e per di più in un modo atroce.»




«Ma è solo una tua idea. Non è così?»




«Infatti. Ognuno è libero di costruirsi le congetture che vuole,» ammise lui, alzando le spalle.




Dai fatti e dalle leggende che poi mi raccontò brevemente, conclusi che i motivi per considerare divini i Re-Sacerdoti non mancano. Il loro potere era enorme, e consentiva loro di distruggere o di tener sotto controllo chiunque e dovunque. Si diceva che fossero al corrente di ogni fatto che accadeva sul pianeta, ma che nello stesso tempo non si degnassero di far troppo caso alle vicende umane.




Mio padre si disse certo che fra le loro montagne si dedicavano a coltivare una sorta di felicità o di beatitudine artificiale, e che tutto il resto appariva loro privo di vera importanza. Erano, così affermò, divinità solide e reali ma remote, lontane dalle passioni e dalle sventure che assillavano l'esistenza quotidiana dei mortali. Per la verità queste mi facevano l'effetto di fantasie popolaresche, perché la loro ricerca della beatitudine stonava molto col destino che riservavano a chi osava avvicinare la loro roccaforte. Trovavo difficile considerarli per metà santoni e per metà spietati uccisori di uomini.




«Questo loro disinteresse non è assoluto, perché c'è un campo in cui interferiscono sempre nelle faccende umane. Si tratta della tecnologia. I Re-Sacerdoti ne impediscono lo sviluppo, concedendone un uso limitato agli Uomini delle Montagne. Può sembrarti inspiegabile, eppure su Gor esistono due civiltà tecnologiche diversissime e separate: da una parte quella immensamente evoluta dei Re-Sacerdoti, e dall'altra quella umana le cui più terribili armi da guerra sono l'arco e la lancia. Noi, comuni esseri umani, non possediamo neppure mezzi di trasporto e di comunicazione: niente civiltà meccanica e niente elettricità.»




«Per contro,» proseguì con un sospiro, «potrai renderti conto che, in alcune cose, noi mortali e gli Uomini delle Montagne siamo abbastanza progrediti, ad esempio in agricoltura, in medicina ed in altre scienze di minor conto. Suppongo che ora ti domanderai perché mai qualcuno non cerca di porre rimedio a questo stato di cose, magari cercando di introdurre armi da fuoco o veicoli a motore. Non sono gli uomini capaci e intelligenti che mancano, qui su Gor.»




«E allora quali difficoltà ci sono?»




«Molto semplice, ragazzo mio. Non solo il progresso tecnologico è proibito, ma esso viene drasticamente impedito con l'uso spietato della forza. Chi ha provato a costruire macchine appena un po' sofisticate se le è viste distruggere... bruciare, andare in fiamme d'un colpo. E ci ha rimesso la vita.»




«Bruciare? Intendi dire come la busta di metallo azzurro?»




«Proprio così. È quella che viene chiamata laMorte di Fuoco. I tentativi di creare armi o macchinari ci sono stati, ed i loro autori sono stati spesso capaci d'evitare per un poco quel destino, talvolta per più di un anno. Ma, prima o poi, laMorte di Fuoco è sempre piombata su di loro, infallibile e tremenda. Io stesso l'ho visto accadere, una volta,» terminò, accigliato.




Era chiaro che non gli avrebbe fatto piacere darmi maggiori ragguagli, così cambiai discorso: «Cosa puoi dirmi dell'astronave che mi ha portato qui? È anch'essa un prodotto della tecnologia dei Re-Sacerdoti?»




«Ne dubitavi?» Mi sorrise. «Tuttavia non credo che a pilotarla fosse un Uomo delle Montagne.»




«Un Re-Sacerdote, allora?»




«No, neppure. Senza poterne esser certo, direi che era controllata a distanza, dalle Montagne di Sardar. Si dice che la cosa avvenga a questo modo, nelViaggio dell'Acquisto.»




«Dell'Acquisto?»Inarcai un sopracciglio. «Dunque sono stato acquistato?»




«Se ti piace dir così. La stessa cosa capitò a me molto tempo fa. Ed anche ad altri.»




«Ma tutto questo che scopo ha? Perché un individuo della Terra deve vedersi trasportato qui su Gor?»




«Gli scopi sono sempre diversi. Ciascun individuo per uno scopo,» tagliò corto lui.




Passò a darmi altre informazioni sul pianeta che mi trovavo sotto i piedi. Come raccontavano gli Adepti, ovvero coloro che fungevano da intermediari fra i Re-Sacerdoti ed i mortali, Gor in origine aveva fatto parte del sistema solare di un'altra stella, in uno di quei lontanissimi ammassi stellari che egli chiamò le Galassie Blu. I Re-Sacerdoti lo avevano tolto dalla sua orbita e portato a navigare nel cosmo alla ricerca di un'altra stella, e questa fantastica migrazione era già avvenuta più d'una volta.




La storia mi sembrava incredibile. Nell'universo le distanze intergalattiche sono inimmaginabili, ed anche alla velocità della luce richiederebbero periodi di tempo incommensurabilmente lunghi. Durante un tragitto del genere, nessun pianeta avrebbe potuto conservare una parvenza di vita sulla sua superficie, e se ciò era accaduto davvero, allora Gor era stato per miliardi e miliardi di anni una palla di ghiaccio morta fin nel più profondo delle sue viscere, senza neppure un'atmosfera.




Anche accettando per vera la cosa, si poteva fare un buon taglio a quelle fantasie e supporre che Gor fosse stato spostato nel nostro sistema solare da una delle stelle più vicine, come ad esempio Alpha Centauri. La distanza era sempre notevolissima ma, con uno sforzo d'immaginazione, fin lì ci arrivavo. In via teorica potevo anche ammettere che una scienza superumana potesse farlo e tutelare al contempo l'ambiente ecologico del pianeta, però non riuscivo a pensare a quali immensi mezzi fossero occorsi. Insomma, mi si stava dicendo che Gor era stato per lunghi periodi della sua storia una sorta di nave interstellare, ed io ero lì a lambiccarmi il cervello per cercare il modo di crederci.




C'era un'altra ipotesi che infine espressi a mio padre: quella che Gor fosse sempre stato all'interno del nostro sistema solare, ignorato e mai scoperto per qualche misteriosa ragione. Non ci credevo neppure io, e l'idea avrebbe fatto sghignazzare un astronomo terrestre, ma con mia sorpresa lui parve considerarla plausibile.




«Questa,» disse vivacemente, «è la cosiddetta Teoria dello Scudo Solare. Ed è il motivo per cui alcuni chiamano Gor laContro-Terra. Si basa sul fatto, praticamente accertato, che il pianeta ruota intorno al Sole con un'orbita e una velocità tale da restare sempre in congiunzione con la Terra, ovverosia col Sole in mezzo a far da scudo.»




«Scientificamente non è possibile crederci. Qualsiasi idiota di astronomo dilettante scoprirebbe subito la sua esistenza, deducendola dalle interferenze gravitazionali con le orbite degli altri pianeti,» affermai con sicurezza. «Plutone è stato scoperto proprio a questo modo, pur piccolo e lontanissimo com'è.»




«Tu sottovaluti la scienza dei Re-Sacerdoti, ragazzo mio,» sogghignò lui. «Esseri che sono stati capaci di spostare Gor su distanze intergalattiche, possono ingannare eventuali osservatori con l'uso delle tecniche appropriate.




«L'equilibrio gravitazionale all'interno del sistema solare deve risultare alterato per forza dalla presenza di Gor, e non vedo come se ne potrebbero mascherare gli effetti.




«I campi di gravità possono essere controllati. È mia opinione che i Re-Sacerdoti riescano a farlo senza difficoltà, annullando le ripercussioni che quello di Gor avrebbe sugli altri pianeti. E, se vuoi sottilizzare, non mancherebbero altri generi d'indizi che potrebbero rivelare la sua presenza. Ad esempio le onde radio. Ma credo che essi riescano in qualche modo a deformare la struttura dello spazio intorno a Gor. Del resto l'evidenza parla da sé: nessun astronomo terrestre ha mai sospettato che questo pianeta esista.»




Vedendo che gli sembravo ancora poco convinto, aggiunse: «Perfino le sonde inviate ad esplorare il sistema solare non hanno mai rivelato nulla, non è così? Naturalmente, tu ed io stiamo giocando con le ipotesi, perché nessuno sa cosa facciano in realtà i Re-Sacerdoti, né come, né perché. Ciò che possiamo vedere e dobbiamo accettare è il semplice fatto che Gor esiste. Comunque vi sono alcuni indizi rivelatori che sulla Terra avrebbero potuto meglio considerare.»




Lo fissai senza capire, mentre scolavo l'ultima goccia di quel vinello frizzante. «Vale a dire quali?»




«Certi segnali radio, emanati su una particolare banda di frequenza,» disse lui. La mia faccia perplessa lo fece ridere. «È chiaro che, dando per scontata l'impossibilità dell'esistenza di un pianeta nascosto dal Sole, eventuali segnali radio vengono attribuiti a perturbazioni e scariche dell'atmosfera solare, che già emette un inferno di segnali su ogni lunghezza d'onda. A nessun astronomo serio o meno serio passerebbe per il capo d'esporre una teoria che lo farebbe segnare a dito dai colleghi.»




«Ma di quali segnali in particolare stai parlando?»




Lui scosse la testa, come se non intendesse spiegarsi meglio. «Te l'ho detto. C'è sempre una differenza fra i dati portati da certe onde radio e i dati ricevuti da un apparecchio. E la differenza sta nel modo in cui uno scienziato decide di interpretarli. Tu conosci la vecchia Terra, e sai che nell'ambiente scientifico la cosa di cui si ha più terrore è il ridicolo.»




Detto ciò, mio padre s'alzò in piedi. Girò attorno al tavolo e mi prese per le spalle fissandomi con aria compiaciuta. Come ad un segnale, la porta si riaprì in silenzio, e subito dopo egli uscì a passi rapidi. Non aveva detto una sola parola sul destino che mi attendeva lì, qualunque fosse, né aveva chiarito il motivo per cui ero stato rapito e portato su Gor. Non s'era pronunciato su altre questioni misteriose; tanto per dirne una, la lettera e il suo contenuto. Aveva lasciato senza risposta almeno una dozzina di domande molto importanti e, con mio disappunto, aveva evitato ogni accenno alle vicende successe a lui, al punto che la sua persona e ciò che stava facendo su Gor mi restavano ancora praticamente sconosciute. Avrei voluto invece sentirlo parlare di sé, e sapere chi era l'uomo la cui eredità genetica portavo in ogni mia cellula. Fissai senza vederla la porta chiusa.




So bene che non posso costringere nessuno a prendere per oro colato ciò che sto mettendo per iscritto su quel che mi accadde sul pianeta Gor. Io stesso potrei commentare una storia simile con un sorriso scettico, dichiarandola frutto di fantasia. Tutto ciò che posso fare è fornire una testimonianza il più possibile obiettiva e di lasciarla poi a chi legge, in attesa di giudizio. In quanto al desiderio di segretezza dei Re-Sacerdoti, sono certo che essi non mi prenderanno in considerazione più di tanto come possibile spia, e confideranno - ahimè con ottime ragioni - che questo resoconto trovi spazio al più presso i lettori delle riviste di fantascienza. Ma posso consolarmi col pensiero che la loro noncuranza mi consente almeno di far giungere ad altri le mie parole.




Mentre scrivo so già che è così, poiché i Re-Sacerdoti non sembrano porre ostacoli alla stesura del manoscritto. Potrei domandarmi per qual motivo si comportano così, dopo tutti gli sforzi compiuti per celare l'esistenza dellaContro-Terra, ma credo che la risposta a ciò sia abbastanza semplice. Può darsi che essi siano umani, e che in loro vi sia quindi il difetto umano della vanità. Se così fosse, non devono sentirsi contrariati nel veder trapelare certi loro misteri in forma romanzata, e di vederli divulgati presso uno strato della popolazione terrestre già corazzato dallo scetticismo verso simili argomenti. O forse,nell'Inviolabile si coltivano anche l'umorismo e l'ironia. Inoltre, anche qualora un lettore volesse credere alla solida realtà di Gor, alViaggio dell'Acquisto e a tutto il resto, che mai potrebbe fare? Niente. E, anche nel peggior caso immaginabile, nulla impedirebbe ai Re-Sacerdoti di far allontanare di nuovo il pianeta dal Sole, in cerca di un'altra stella fra le tante adatte che vi sono nella galassia, per poi magari ripopolarlo con nuove forme di vita a loro piacimento.

mercoledì 27 ottobre 2010

L'Incanto



ho visto piu di un Gorean accarezzare un cucciolo ,proteggere un fiore, curare un'anima con assolutamente la stessa decisione di una battaglia

Le Orme - Attesa Inerte



è sempre la prova piu dura

occhi


seppur gli occhi sono troppo alti ,la sfida per una schiava è sempre con se stessa

Gor Capitolo primo

Capitolo Primo
L'UOMO DELLA TERRA
Il mio nome è Tarl Cabot. Sospetto che questa sia una forma abbreviata o anglicizzata del cognome italiano Caboto, tuttavia, per quanto ne so, non ho alcun legame di parentela coi due fratelli veneziani che nel XV0 Secolo navigarono attorno al Nuovo Mondo sotto il vessillo di Sua Maestà Re Enrico VII.
A quell'epoca i miei antenati erano prosperi mercanti di stoffe che vive-vano nella città di Bristol, e da alcuni vecchi ritratti di famiglia posso af-fermare che anche allora noi Cabot appartenevamo a quella burrascosa sottospecie della razza umana che sono i rossi di malpelo. Ciò malgrado, ho spesso pensato che una discendenza potrebbe esserci, dato che, insieme a quei dipinti, hanno varcato il fiume del tempo alcuni ingialliti libri mastri risalenti al 1947, secondo i quali ci furono commerci abbastanza intensi fra la mia famiglia ed i mercanti veneziani che spingevano le loro belle galee fino alle nebbiose sponde di Albione. Sembra poi che Giovanni e Seba-stiano Caboto sostassero a lungo a Bristol, prima di levare le ancore alla scoperta del Canada e di Terranova, così non posso escludere che, oltre ai legami d'affari, ve ne fossero stati altri di diverso genere.
In quanto al mio poco comune nome di battesimo, se pensate che possa esser stato causa di rabbiose zuffe fra me ed altri ragazzini che alle ele-mentari lo trovavano ridicolo, non siete andati lontano dal vero. Del resto, avere occhi verdi come i gatti ed un disordinato cespuglio rosso in testa, non è mai stato indice di carattere mite e sottomesso, vuoi nell'Inghilterra del giorno d'oggi, vuoi nella Venezia dei fratelli Caboto. Riconosco però che è un nome insolito, almeno in questo nostro vecchio mondo, e tutto ciò che posso dirvi è che ad impormelo fu mio padre, il quale ebbe la spiace-
vole idea di scomparire dalla mia vita quand'ero ancora un bambino in fasce.
Di lui credetti sempre che fosse morto, o almeno così insisteva nel dire mia zia Gwendaline finché, una ventina d'anni più tardi, ricevetti una lette-ra decisamente strana recante la sua firma. Mia madre, della quale fra le righe di quella missiva egli dichiarava d'ignorare la sorte, era morta all'e-poca del mio sesto compleanno poco dopo che avevo cominciato a fre-quentare la scuola.
So che i dettagli biografici sono tediosi, perciò mi limiterò a dire che venni allevato da una zia che mi elargì tutto ciò di cui un ragazzino può aver bisogno, fatta eccezione per un affetto sincero, ma compensando do-verosamente questa lacuna con quotidiane ed appassionate prediche sui verbosi concetti del Bene e del Male. Non affermerò che avrei potuto farne a meno: quando mi prese a vivere con sé, ero un discoletto molto alto e robusto per la mia età, e già manifestavo una perniciosa fermezza nell'arte di cacciarmi nei guai.
Ma con grande sorpresa di mia zia Gwendaline e di quanti altri mi cono-scevano, fui un bravo scolaro, ed a vent'anni riuscii perfino a superare gli esami d'ammissione all'Università di Oxford. Fu in seguito a quest'evento che lasciai Bristol per la gaia e spensierata vita dello studente-lavoratore: non un solo minuto libero in tutto il giorno, niente ragazze, niente diverti-menti a parte una chitarra scassata che suonavo in camera mia con aria malinconica, ed una gran voglia che quel periodo noioso avesse termine. Mi laureai senza infamia e senza lode, confermando i truci sospetti di chi m'aveva accusato di non voler diventare un genio della finanza o un grande scienziato, e mi ritrovai con in mano una pergamena attestante che dovevo esser legalmente considerato una persona istruita.
Ero soltanto uno fra centomila, capace di tradurre qualche frase dal gre-co e di riconoscere il nome di un filosofo tedesco da quello di un faraone egiziano, e le mie prospettive non si potevano definire in alcun modo ecce-zionali. Non intendevo però ereditare il negozietto di mia zia dopo lunghi anni trascorsi a fare l'impiegato in qualche ditta di Bristol, e neppure pas-seggiare per Londra con una bombetta in testa mi affascinava troppo. Fu quindi grazie ad un impulso a cui forse l'eredità dei Caboto non era estra-nea, che decisi di attraversare anch'io l'Atlantico verso ovest.
Non mi proponevo certo chissà quali avventure, anzi era il contrario. Avevo ricevuto un'istruzione di stampo classico, e mi ero specializzato in Storia, cosicché feci domanda presso alcuni piccoli colleges americani per
essere assunto come insegnante di Storia Inglese. Ad Oxford ero riuscito a guadagnarmi il rispetto del Rettore mostrandogli con quale espediente fare in due soli colpi la sedicesima buca del suo campo da golf, e da lui ebbi lettere di raccomandazione una delle quali fece il suo effetto: un piccolo College del New Hampshire rispose favorevolmente, e si disse perfino disposto a pagarmi il biglietto d'aereo in classe turistica.
Ne fui così lieto che m'imbarcai sul primo volto in partenza senza quasi baciare le guance bagnate di soddisfatte lacrime di mia zia Gwendaline, ma in realtà avrei dovuto essere un poco stupito della rapidità con cui ero stato assunto. Ero un novellino come insegnante e una pietosa nullità come storico, e c'era da dubitare che nel New Hampshire avessero letto i miei articoletti sulla rivista ciclostilata della scuola. Molte centinaia di altri can-didati sfornati da Università americane avrebbero potuto dimostrare d'esser più qualificati di me per un posto sia pure tanto modesto, ed infatti m'ac-corsi poi che a farmi assumere era stato un titolo di studio che gli altri non avevano: io ero dotato di un accento che i genitori degli alunni avrebbero sentito con maggior compiacimento dalla bocca di un insegnante di Storia Inglese.
Quando scesi dal pullman che dall'aeroporto di Boston mi aveva portato in provincia di Concord, una tranquilla cittadina presso le White Moun-tains, scommisi con me stesso che in un luogo così ameno sarei stato fin dall'inizio preda di quell'attivismo sociale che si traduce in ponderosi co-cktails fra colleghi, in inviti a cene dove la padrona di casa governa con fermezza la scelta degli argomenti di conversazione, in riunioni mondane rese eccitanti dal fatto che grandi quantità di thè riescono, alla fine, a far brillare gli occhi a chiunque. Non mi sbagliavo perché, appena ebbi affitta-to due camere ammobiliate nell'ostello di proprietà del College, la mia vita cominciò ad istradarsi proprio su quei binari.
L'America e gli Americani non mi dispiacevano affatto. Per tutto il pri-mo semestre dell'anno scolastico ebbi però poco tempo per divertirmi, dato che dovevo trascorrere le serate ripassando la mia stessa materia per essere in grado di snocciolarla il giorno dopo ai miei allievi senza rischiare strani strafalcioni. Come ho detto, non ero un Pico della Mirandola in quella né in altre discipline accademiche, e il fatto d'avere l'accento britannico non era tutto quando si trattava di disquisire su fatti e personaggi dell'Inghilter-ra medievale. Fortunamente il Decano di Storia, un gentile e simpatico individuo sulla settantina, sembrava più interessato ad elargirmi saggi con-sigli che a controllare strettamente il mio operato, così non ebbi mai criti-
che e potei inserirmi nell'andamento scolastico senza problemi.
Quell'anno accolsi con sollievo l'arrivo delle vacanze natalizie, che du-ravano fino alla metà di Febbraio. Avevo fatto conto su quel periodo d'i-nattività che vi è fra i due semestri per aggiornarmi un po' sulla Storia Ri-nascimentale, in modo da esser sempre qualche passo più avanti dei miei allievi. Ma, dopo gli ultimi compiti in classe, i colloqui coi genitori e le interminabili sedute del Consiglio di Facoltà per compilare le pagelle, ero così stanco che mi prese il desiderio di fare una lunga escursione sulle White Mountains per vedermi intorno un po' di spazio aperto e illusoria-mente incontaminato.
Presi a prestito un equipaggiamento da campo completo di tenda, zaino e sacco a pelo, da uno dei pochi amici che m'ero fatto, un istruttore di ginna-stica che aveva la deplorevole mania di convertire gli ingenui alla bontà di faticosissime «passeggiate igieniche». Era un caro ragazzo, esperto nell'ar-te pratica di chiacchierare fra un lungo respiro diaframmatico ed una fles-sione delle braccia, e talvolta mi domando se sia ancora là a chiedersi cosa ne accadde del suo equipaggiamento e di Tarl Cabot. Ma di certo l'ammi-nistrazione del College non gradì quella faccenda, ed ancor meno fu Meta di dover sostituire uno degli insegnanti a metà dell'anno scolastico, perché nessuno rivide mai più Tarl Cabot tornare fra le mura di quella scuola.
Il mio amico istruttore mi accompagnò a passi scattanti per i primi dieci chilometri della stradicciola che s'addentrava fra le montagne, fino ad una vasta radura, e li ci lasciammo con la promessa che avremmo fatto coppia al torneo di bridge fra colleghi in programma per quel fine settimana.
La prima cosa che feci, fu di consultare saggiamente la bussola, avendo sentito dire che quella era una buona precauzione per non perdere la stra-da; ma, quando ebbi percorso qualche chilometro in un folto bosco di pini, mi accorsi che le mie nozioni di giovane esploratore avevano serie lacune perché, nell'intrico della vegetazione, la bussola mi diceva soltanto dov'era il nord e non dov'ero io.
La città di Bristol, dove avevo compiuto le mie uniche e giovanili espe-rienze di escursionista, sorge al centro di un'area totalmente urbanizzata, e quello era il mio primo incontro con l'immensità della natura selvaggia. I capi del college che m'ero lasciato alle spalle confinavano proprio con una delle vaste aree disabitate presso il confine del Canada, e cominciavo ad essere impensierito. Non avevo tuttavia motivo di preoccuparmi: da qua-lunque parte fossi diretto, ero sicuro che prima o poi avrei incrociato una strada o un fiume, e perdersi a così breve distanza dalla civiltà sarebbe
stato indegno anche di un inesperto.
Continuai la marcia scacciando quei pensieri, esilarato dal trovarmi a tu per tu con gli stessi grandi alberi e le rocce fra cui avevano strisciato i pel-lirosse che insidiavano i coloni bianchi in tempi ormai perduti. Forse la bella Pocahontas si era seduta a riposare su quella grande pietra liscia, e Girty il Rinnegato aveva spiato furtivo da quell'altura i movimenti delle Giubbe Rosse, o nella piccola radura in cui passavo, un astuto mercante aveva venduto acqua di fuoco e fucili scadenti a qualche tribù. Nel cammi-nare, sorridevo fra me, calpestando la neve bassa da cui spuntavano gli scuri tronchi dei pini secolari.
Per un paio d'ore ancora procedetti in salita finché, giunto al termine di un altipiano, decisi di fermarmi per riprendere fiato e addentare un panino. Il panorama era stupendo. Appena mi fui rifocillato, ripresi a dirigermi di buona lena fra le montagne. Adesso le lunghe passeggiate d'allenamento a cui il mio amico m'aveva costretto cominciavano a venirmi utili.
Al tramonto appoggiai l'equipaggiamento sotto il bordo di una bassa e larghissima piattaforma rocciosa e mi guardai attorno in cerca di un po' di legna per accendere il fuoco. Stavo aggirandomi a poca distanza dal mio campo improvvisato, quando un bagliore nel sottobosco attrasse il mio sguardo: ad un centinaio di metri davanti a me, nella semioscurità, brillava una luce dai fievoli toni azzurrini che non poteva avere nessuna ragione logica di trovarsi lì. Sbattei le palpebre perplesso, incapace di capirne la natura; poi mi mossi in quella direzione deciso a scoprire che razza di og-getto fosse quello.
Vidi ben presto che, in un tratto di neve sciolta, giaceva una piccola la-stra metallica rettangolare, larga quanto un foglio di quaderno e spessa solo pochi millimetri. La sfiorai e la sentii molto calda. Un istante più tar-di, i capelli mi si rizzarono sul collo e la bocca mi si spalancò scioccamen-te perché, scritto su quella sfoglia rilucente in arcaici caratteri inglesi, ave-vo letto tre parole incredibili:
«Per Tarl Cabot».
Doveva essere uno scherzo. Questa fu la prima cosa che pensai: il mio amico istruttore doveva avermi seguito e stava sicuramente meditando una bella burla ai miei danni. Aguzzai gli occhi nella boscaglia invasa dalle tenebre e lo chiamai più volte, non sapendo se mettermi a ridere o arrab-biarmi con lui. Ma nessuno rispose. Con un'imprecazione mi spostai fra i
rami dei pini e fra i cespugli alla sua ricerca, guardando qua e là per sco-prire se vi fossero impronte di scarponi. L'oscurità incombente non m'infa-stidiva troppo: avrei trovato quel bastardo d'un furbacchione e, dopo aver-gli mollato un bel pugno fra le costole, ci saremmo fatti quattro risate as-sieme dando fondo alla borraccia del brandy.
Per almeno un quarto d'ora esplorai i dintorni, compiendo dei giri intor-no alla chiazza di luce azzurrina emanata dalla lastra che avevo tenuto co-me punto di riferimento, ed alla fine la stanchezza e il freddo mi costrinse-ro a rinunciare. Orme non ce n'erano, e questo mi fece pensare che lo stra-no oggetto doveva esser stato messo in quel posto da qualcuno del college giorni addietro. Non avevo certo tenuto segreta la mia intenzione di fare un giro in quella zona, e dunque dovevano averlo lasciato lì nella previsione che io lo trovassi. L'ipotesi però non mi convinceva molto. Seguitai a chiamare a gran voce, invitando il mio amico a venir fuori ed a piantarla con quello scherzo. La temperatura stava scendendo, ed il luogo non si poteva definire il più adatto per insistere in una burla da studenti.
Tornai presso la lastra metallica e la presi in mano. S'era alquanto raf-freddata, anche se doveva essere ancora sui quarantacinque o cinquanta gradi, ed era senza dubbio un oggetto insolito. Sempre più sconcertato, me la portai dietro fino al luogo dove avevo fatto il campo, e poi accesi il fuo-co facendolo più grosso e scoppiettante di quanto non sarebbe servito. D'un tratto non mi sentivo per niente tranquillo, il cuore mi batteva forte e lanciavo alla boscaglia occhiate preoccupate. Le montagne erano immerse nelle tenebre, nel freddo e nel silenzio delle regioni desolate ai confini del mondo, ed in quell'immensità buia avevo la sgradevole impressione d'esse-re sperduto e in pericolo.
Tesi le mani sul fuoco e feci uno sforzo per ignorare quelle sensazioni. Aprii una scatoletta di fagioli e una di carne, che deposi accanto alle fiamme per riscaldarle. Ancora non avevo esaminato meglio la lastra, qua-si che prima sentissi il bisogno di rinfrancarmi lo spirito con quelle attività casalinghe e familiari. Soltanto quando la cena fu pronta, presi di nuovo in mano lo sconcertante oggetto.
Lo girai e rigirai fra le dita studiandolo alla luce rossastra del fuoco, e conclusi che si trattava di una spessa busta o comunque di un contenitore di qualche genere. Il colore del metallo era azzurro, e notai che adesso e-metteva solo una frazione del lucore simile alla fosforescenza che avevo osservato prima. Anche il suo calore s'era ridotto di molto, al punto che fra i polpastrelli lo sentivo quasi freddo. Da quanto tempo giaceva fra la neve
di quel bosco? Quanto a lungo aveva atteso che proprio le mie mani lo raccogliessero?
Mentre quelle domande mi si agitavano nella mente la sua luminosità re-sidua scomparve del tutto, quasi che fosse stata legata alla necessità che io lo ritrovassi ed ora fosse inutile.
«Il messaggio è giunto a destinazione, anche se non ho visto il postino,» mormorai a me stesso con un leggero brivido, conscio che non si trattava interamente d'una battuta di spirito.
Esaminai di nuovo i caratteri di quella breve intestazione. Avrebbe potu-to essere antica grafia inglese, ma ne sapevo troppo poco per azzardare ipotesi e diagnosticare la data di compilazione. Lo stile mi ricordava quello di certi vecchi manoscritti che avevo consultato a Oxford, risalenti al XVII. Secolo, sebbene non potessi esserne certo. Per contro, la sfoglia stessa era il prodotto di una tecnica che non s'inquadrava certo con quell'e-poca. Pur sottile, era robustissima e flessibile, e cercai invano di spiegaz-zarla e di graffiarne la superficie. La sua forma e struttura era quella di una busta, riflettei ancora, e dunque, per saperne di più, avrei dovuto aprirla.
Ma come fare? Usando l'apriscatole, tentai di forzarne il bordo, però, neppure dopo ripetuti sforzi, riuscii a cacciarvi dentro la lama. A malapena ne intaccai uno degli angoli per qualche millimetro, sudando e ringhiando, e poi fui costretto a concludere che quello non era il sistema migliore.
Di nuovo la osservai con pazienza, meravigliato e deluso. Sulla faccia opposta a quella che recava scritto il mio nome c'era un circoletto, non dissimile dall'impronta scura e incavata che avrebbe potuto lasciarvi un timbro. Lo sfregai con una manica e vidi che non si cancellava facilmente, al contrario dei caratteri sulla parte anteriore. Lo scrutai con attenzione. L'inchiostro, se pur era tale, sembrava incorporato nel metallo, ed i suoi bordi sopraelevati erano nitidi e perfetti nella forma.
Concludendo che doveva avere una sua precisa funzione, provai a pre-mervi sopra con l'apriscatole, ma non successe niente. Allora sospirai e deposi la busta su una pietra, accorgendomi che la cena si stava riscaldan-do fin troppo. Dopo aver mangiato, montai la piccola tenda in pochi minuti e srotolai il sacco a pelo. Ero stanco morto, e mi auguravo solo di poter fare una buona nottata di sonno ristoratore.
Compresi tuttavia che avrei avuto delle difficoltà ad addormentarmi sul terreno duro, e con la testa fuori dalla tenda fissai pigramente le braci del fuoco farsi sempre più deboli e rossastre. Mi sentivo solo. L'universo in-torno a me era un affollarsi di ombre uguali a quelle che avevano circonda-
to minacciose i primi uomini nelle tenebre della preistoria, forme immobili di alberi e di rocce fra le quali neppure il vento trascinava i suoi sussurri. E avevo la bizzarra impressione di oscure presenze, incerte, evanescenti, forse pericolose, sogni che s'aggiravano come sospiri sotto quel gran cielo stellato, probabilmente l'indesiderata compagnia degli spiritelli arcani che già tormentavano le notti dei nostri progenitori nelle caverne.
Ero certo che quella busta misteriosa non fosse una burla né un inganno. Ad un tratto mi sentii disposto a scommetterci qualunque cosa. Quella si-curezza nitida e repentina scacciò di colpo la nebbia del sonno che mi sta-va invadendo la mente, e scivolai fuori dal sacco a pelo. Gettai qualche ramoscello sulle braci per ravvivare il fuoco e raccolsi ancora la spessa sfoglia di metallo azzurro. Un'intuizione inspiegabile m'aveva suggerito quello che doveva essere l'unico modo possibile per aprirla.
Rannicchiato nel sacco a pelo, mezzo dentro e mezzo fuori dalla tenda, appoggiai delicatamente il polpastrello del pollice destro sul circoletto e ve lo premetti un istante. In risposta a quel contatto, e proprio come avevo in parte sperato e in parte temuto che accadesse davvero, la busta si apri da sola. Annuii fra me, ancora stupefatto: soltanto il destinatario del messag-gio avrebbe potuto far scattare la sua inconsueta chiusura, ed indubbiamen-te quel destinatario ero io. Con un rumore di cellophan, la faccia anteriore della sfoglia si divise in due parti piano piano, lungo una linea di giuntura che non ero riuscito a scorgere neppure aguzzando lo sguardo.
Appena l'apertura fu completa, una parte del contenuto cadde fuori: era un comune anello di metallo rosso, sul quale era incisa come unico simbo-lo e tutta spiegazione del suo uso la lettera «C». Lo misi da parte, perché avevo visto che nella busta c'era anche una lettera, e la estrassi con mani che tremavano d'eccitazione.
Subito notai che era vergata in grafia identica a quella dell'intestazione, ma mi sentii una goccia di sudore gelido scendere lungo la schiena quando ne lessi la data. Il foglio, anch'esso metallizzato come la busta, recava in alto a destra la dizione: «Il terzo giorno di Febbraio, anno di Nostro Si-gnore 1640».
Dunque era stata scritta più di tre secoli addietro, sempre che non fosse una contraffazione, ma quell'ipotesi era ormai lontana dai miei pensieri. Fatto abbastanza strano, inoltre, quel giorno era proprio il 3 di Febbraio, trecentocinquant'anni esatti dopo la sua compilazione. Un'altra cosa appa-rentemente senza spiegazione era la firma in calce al messaggio, che aveva tutta l'aria d'essere in moderno corsivo inglese.
Conoscevo quella firma, l'avevo già vista un paio di volte su documenti che mia zia ancora conservava, ma non ne avevo mai visto di persona l'au-tore. Era quella di mio padre, l'uomo che s'era defilato dalla mia vita e dai suoi doveri due decenni addietro. Ed ora quel nome tornava per turbarmi e sconvolgermi, come un'immagine spettrale uscita da un passato che avrei preferito dimenticare.
Per un momento la vista mi si offuscò, e tremai. Solo con uno sforzo di volontà tornai cosciente di essere lì, nel mezzo d'una foresta nevosa fra le montagne del New Hampshire; ma era una realtà che pur solida stentavo ad accettare del tutto, perché in mano avevo una lettera scritta da un uomo che avevo creduto morto ed invece era vivo. Un uomo che incredibilmente affermava di scrivermi da un passato trascorso da tre secoli e mezzo, da una dimensione di sogno, dall'irreale. Mio padre.
Ancor oggi ricordo quella lettera fino all'ultima virgola. Era un semplice messaggio di poche righe, e lo porterò impresso nel mio cervello finché, come dice la Bibbia, tornerò ad essere polvere fra la polvere.
Il terzo giorno del mese di Febbraio,
nell'anno di Nostro Signore 1640
Tarl Cabot, figlio mio,
so che dovrei domandarti perdono per molte cose, e so che non ho il diritto di chiederti nulla. Ma tutto ciò che è accaduto era già stato deciso, al di fuori della mia e della tua volontà. Anche tu forse non hai una vera scelta per quel che riguarda la tua vita, perché il tuo destino è già sopra di te. Ma se la scelta sarà quella che penso, allora limitati a tenere su di te l'anello di metallo ros-so. E non dimenticare di portarmi una manciata della ricca e o-dorosa terra del tuo mondo.
Spero che tua madre goda di buona salute e sia felice. Spero che tu non debba mai soffrire.
Allontana con cura questa lettera da te, perché fra poco essa si distruggerà.
con affetto, tuo padre,
Matthew Cabot
Lessi e rilessi quelle parole sentendo che dentro di me scendeva un sen-
so di calma innaturale, di cui non capivo l'origine. Malgrado i miei sensi vacillassero sull'orlo dell'allucinazione, malgrado il ritorno di quel dolore sordo che tutti gli orfani di madre e di padre si portano dietro, ero immerso in uno stato di pace simile alla trance. Ma, sotto di essa, stava per esplode-re irresistibilmente la paura della follia e dell'ignoto. Chiusi la lettera nello zaino e, dopo averci pensato su qualche istante, mi misi in tasca l'anello rosso.
D'improvviso però, lo spavento divenne una sensazione gelida che mi faceva vedere un pericolo dietro ad ogni ombra, e fui conscio che dovevo immediatamente andarmene da quel luogo sperduto. Sarei tornato al college alle prime luci dell'alba. No, riflettei subito dopo: all'alba avrebbe potuto essere troppo tardi, era necessario togliermi da lì senza perdere un minuto, anche se tentare una marcia in quel buio significava mettere a re-pentaglio la vita.
Avevo la tenibile sensazione d'essere sorvegliato, seguito, spiato, e sa-pevo che restare accovacciato nella tenda senza poter chiudere occhio, sarebbe stato ancora peggio. Col cuore in tumulto arrotolai tenda e sacco a pelo, li fissai ai supporti metallici dello zaino e mi caricai l'equipaggiamen-to sulle spalle. Poi dispersi nella neve i resti del fuoco, calpestando le fiammelle finché tutto intorno a me fu tenebra, e mi avviai alla cieca per la discesa che portava a valle.
Ero un idiota a sfidare in quel modo l'oscurità, questo mi diceva il razio-cinio: al minimo mi sarei rotto una gamba ruzzolando giù da una roccia, o mi sarei spaccato la testa contro un tronco d'albero. Ma in quel momento non me ne importava nulla. Non sapevo da cosa stavo fuggendo e perché, però sapevo che c'era qualcosa da cui dovevo allontanarmi, qualcosa che sarebbe piombato su di me se solo fossi rimasto nel luogo dove avevo tro-vato il messaggio. Dunque dovevo mettere fra me e questa cosa quanta più strada possibile.
Stavo scendendo fra i pini di un falsopiano da circa venticinque minuti quando, con mio orrore, dallo zaino che mi ballonzolava sulla schiena sca-turì una gran lingua di fiamma azzurrina. Me ne liberai con un grido e lo gettai via, appena in tempo per evitare la vampata di fuoco violento ed improvviso che aveva avvolto anche la tenda e il sacco a pelo. I pini e i cespugli furono illuminati per un raggio di cinquanta metri dalle lingueg-gianti fiamme bluastre che divoravano l'equipaggiamento da campo, spri-gionando un calore fortissimo, ed io indietreggiai abbagliato. Non avevo dubbi che ad ardere così fosse la busta di metallo, e riflettei che, se invece
di fissarla nel sacco l'avessi tenuta in tasca, ne sarei stato terribilmente ustionato.
Restai lì come ipnotizzato a fissare stupidamente quel piccolo incendio finché, dopo appena un minuto, esso si spense. Non mi passava neppure per l'anticamera del cervello che quella gran luce poteva aver rivelato la mia posizione ad eventuali inseguitori, altrimenti mi sarei allontanato in fretta. Invece tolsi di tasca l'accendino e mi avvicinai alle ceneri per esa-minarle alla luce della fiammella: della mia roba non era rimasto niente, a parte fibbie e supporti metallici anneriti. L'unica traccia che indicava come lì fosse bruciato qualcosa era il circolo di neve sciolta rimasto al suolo. Nell'aria aleggiava ancora un odore acre, sconosciuto.
Portandomi una mano al taschino della camicia, controllai d'avere sem-pre con me l'anello. Sarebbe arso anch'esso, scatenando un fuoco chimico altrettanto furibondo e repentino? Avrei giurato di no, sebbene la tentazio-ne di buttarlo via fosse forte. Il messaggio mi aveva esortato a star lontano dalla busta, un avvertimento a cui ora mi pentivo di non aver dato ascolto, ma non suggeriva certo l'ipotesi che l'anello dovesse seguire la stessa sorte. Mi era stato mandato per uno scopo e, qualunque esso fosse, non avevo intenzione di servirmene, tuttavia ero abbastanza certo che il metallo di cui era composto fosse diverso.
Ma cosa c'era dietro a tutto ciò? In che modo misterioso m'era stato fatto pervenire il messaggio? Cos'aveva realmente voluto dire mio padre con quelle scarne frasi che ponevano più enigmi di quanti ne chiarissero? Deci-si che, padre o non padre, ero venuto in contatto con oggetti e forze di stampo non umano. E lì, stretto fra quelle montagne ed immerso nelle om-bre di una foresta silenziosa, tutto ciò mi spaventava al punto che avrei voluto gridare e fuggire via.
M'era rimasta la bussola, la sola cosa dell'equipaggiamento che non fos-se venuta in contatto con quel fuoco stregato. Piuttosto confuso, e più che mai cieco ora che il buio della notte aveva sostituito di nuovo la luce abba-gliante, cercai di capire da che parte dovevo andare illuminando il qua-drante. Avevo appena fatto scattare la fiammella a gas, che pensai d'avere le traveggole: l'ago magnetico girava in tondo con tale velocità che stenta-vo a vederlo, quasi che in quella zona le leggi di natura fossero sconvolte da una forza invisibile che incombeva su di me.
Deglutii a vuoto, mentre anche quel poco di autocontrollo rimastomi se ne andava di colpo. La bussola, l'unico oggetto che ancora mi legasse alla realtà del mondo civile, era diventata una cosa incomprensibile che si fa-
ceva gioco del mio spavento. In preda ad un tremito furibondo, la scagliai a terra, con un grido che suonò acuto e stridulo per il terrore che mi strin-geva alla gola.
Un attimo dopo, stavo correndo nell'oscurità come un animale selvatico istupidito dalla paura, ciecamente e senza una meta, deviando qua e là fra le piante e le rocce su cui andavano a sbattere le mie braccia protese.
Non sono in grado di dire quanto durò quello stato di terrore irragione-vole e quanto a lungo corsi. Forse un'ora, forse due, forse appena dieci minuti. Rammento solo che ero fuori di me. Cambiai direzione molte vol-te, mi arrampicai sulle scarpate, urtai nei tronchi degli alberi e rotolai a terra stridendo di dolore e di frustrazione. Ricordo d'aver sentito sulle lab-bra il sapore delle mie lacrime, e poi quello amaro della neve fangosa in cui caddi più volte bocconi, e so di aver gridato in preda a un panico senza nome quando vidi due occhi fosforescenti fissarmi nelle tenebre e sentii lo sbattere di ali nel sottobosco. Nella selva non ero più un essere umano ma una bestia smarrita, una preda che sentiva dietro di sé gli artigli affilati della morte.
Poi mi ritrovai in una zona aperta, dove la neve risplendeva argentea sot-to i raggi della luna e le White Mountains si levavano come bianchi giganti contro il firmamento stellato. Ero distrutto. Mi lasciai andare lungo disteso a terra ed ansimai, incapace di capire cosa mi avesse ottenebrato il razioci-nio e perché avessi galoppato in quel modo. Non m'era mai accaduto di soccombere a sensazioni così primitive e stordenti, grottesche. M'ero ab-bandonato ad esse, e gli istinti atavici s'erano impadroniti di me, o forse era stata una forza arcana a dominarmi del tutto, trascinandomi verso una meta prestabilita da entità oscure più forti della mia volontà.
La sfinitezza ebbe l'effetto di rendermi più calmo e, pian piano, riacqui-stai lucidamente il controllo dei miei nervi. Ero stato un pazzo a precipi-tarmi così nella boscaglia, va bene, ma dov'ero venuto a finire? Mi guardai attorno e borbottai un'imprecazione: a poca distanza da me c'era la grande piattaforma di roccia accanto a cui avevo fatto il campo, e sotto il petto avevo le ceneri spente del mio fuoco. In qualche modo ora sapevo, senza possibilità di dubbio, che qualcuno o qualcosa aveva guidato i miei passi ciechi fin dove si voleva che io arrivassi.
Giacqui sulla terra umida senza la forza di muovermi, bagnato di sudore che sotto al vestito stava diventando una patina fredda. Sentivo la stan-chezza e avvertivo il dolore delle ammaccature, ma questo non mi dispia-ceva. La sofferenza stava a testimoniare che possedevo ancora un corpo e
che ero vivo.
Poi vidi la nave scendere dal cielo nero. Era una stella e divenne una ve-loce cometa, era una luce d'argento e divenne un gran disco di metallo, era un'allucinazione dei miei sensi tormentati e divenne solida realtà, un og-getto concreto che voleva me.
Atterrò sulla piattaforma di roccia in perfetto silenzio, voluminosa, mas-siccia, ed io mi tirai in piedi come una marionetta dai fili allentati in attesa che il burattinaio uscisse e mi facesse ballare ancora. Mentre cercavo di comprendere con un solo sguardo quel vascello stellare, di tenerlo fermo nei miei occhi per accettarne l'esistenza, un portello sulla sua lucida fianca-ta si aprì da solo. Non accadde altro, ma io sapevo che avrei dovuto entrare là dentro.
Per un attimo le parole di mio padre mi echeggiarono nella mente: «Il tuo destino è già sopra di te». Lo aveva inteso alla lettera? E cosa signifi-cava tutto ciò, se pure non ero impazzito? Prima di muovermi verso il por-tello, mi chinai lentamente e raccolsi in una mano un po' di terriccio come lui mi aveva chiesto. Poi mi mossi verso quella nave del cielo tenendo stretta nel pugno la sola cosa che sentivo di dover portare con me, perché faceva in un certo senso parte di me. Una manciata di terra del mio mondo verde e fertile, del suolo che aveva nutrito le cellule del mio corpo, del mio pianeta. Ero convinto che non lo avrei rivisto mai più.

sabato 23 ottobre 2010

Gor

(Tarnsman Of Gor, 1966)









Alfred E. Van Vogt




JOHNLANGE E IL CICLO DI GOR









Lo sapevate che sul lato opposto del nostro sole c'è un altro pianeta identico alla Terra e altrettanto abitato? Già, è proprio così, e quel mondo nascosto si chiama GOR: a scoprirlo è stato un americano che vive insegnando filosofia in un liceo qui in America: John Frederick Lange Junior. («John Norman» è, infatti, proprio lui...).




GOR si trova alla stessa distanza della Terra dal Sole, ma sul lato opposto dell'astro ribollente, e noi non lo possiamo mai vedere perché la stella infuocata ce lo nasconde sempre, dato che questo pianeta gemello e segreto ruota intorno ad essa alla medesima velocità del mondo su cui viviamo.




GOR è popolato da esseri intelligenti che sono praticamente uguali a noi. Ma la società che hanno edificato su quel mondo gemello è molto diversa da quella che abbiamo costruito noi qui sulla Terra: su GOR, infatti, si vive ancora in piena avventura, e le emozioni e le violenze sono all'ordine del giorno. GOR, infatti, si trova in quello che si potrebbe definire come il «periodo pre-Cristiano», e di conseguenza lassù imperano la magia e la forza bruta.




Su GOR, però, non esistono ancora le armi laser né tanto meno è stato scoperta la polvere da sparo: però la guerra e i combattimenti sono ugualmente diffusissimi, e a farli sono i maschi, gli uomini più forti, che si combattono quasi sempre con spade lunghe e scintillanti, affilatissime.




Nel complesso, la vita e la società su GOR sono talmente diverse da quelle che esistono ora sulla Terra che non c'è da stupirsi delle perplessità avute da John Frederick Lange Junior prima di decidersi a rendere nota la storia di GOR qui da noi. Perché? Ma perché Lange vive e lavora in un ambiente serio e austero, formalista e rigido come quello della Scuola Superiore americana, e di conseguenza aveva non poco timore nel mettersi a diffondere idee a dir poco opposte a quelle che sono comunemente accettate da noi: su GOR, infatti, esistono pratiche e usanze che qui sulla Terra verrebbero sicuramente definite «barbare e primitive». Eppure, lassù costituiscono la base della società e del vivere comune...




A informare Lange dell'esistenza di GOR è stato un altro terrestre, Tarl Cabot, il quale ha saputo fornire al nostro professore di liceo un'incredibile quantità di dettagli precisi e interessantissimi sui costumi e le usanze di quel pianeta.




Come ha fatto Tarl Cabot a sapere tanto su GOR? Oh, questa è un'altra storia... o, meglio, questa èlastoria. Sì, per una serie incredibile di eventi, infatti, questo Tarl Cabot ha finito per lasciare la Terra e ritrovarsi su GOR. Come? Oh, non certo per mezzo di una nave spaziale, perché gli abitanti di GOR non sanno proprio nulla del volo siderale: non possiedono l'equivalente «goriano» della NASA! Ancora più singolarmente, Cabot si è ritrovato su GOR quasi di colpo, senza aver neppure avuto l'impressione di essere stato svenuto per un po': il che è a dir poco ancora più strano, perché, se i «Goriani» lo avessero rapito, avrebbero dovuto sicuramente stordirlo per tenerlo in stato di incoscienza per tutta la durata del volo da un mondo all'altro. Invece...




Ma si è trattato davvero di un «volo»? Forse, più logicamente, Tarl Cabot è stato semplicemente trasferito (o «risucchiato»...) su GOR per mezzo di ben altre arti: Magia, Stregoneria... come è anche plausibile, conoscendo le occulte capacità di certi abitanti di quel pianeta gemello.




In ogni caso, quello che conta è che questo Tarl Cabot, alla fine, è riuscito a stabilire un contatto con John Frederick Lange e gli ha riferito tutto sugli usi e i costumi di GOR, invitandolo a diffondere quanto appreso tra i popoli della Terra. E questo Lange ha sicuramente fatto, prendendo a scrivere i libri del «Ciclo di GOR», di cui quello che tenete ora tra le mani è il primo (e altri diciotto ne sono già seguiti...): però ha preferito avvalersi di uno pseudonimo, perché non se la sentiva, evidentemente, di firmare con il proprio nome un testo dove c'erano idee e affermazioni che, sicuramente, avrebbero provocato un vespaio di polemiche e di discussioni.




Questo libro, infatti, è destinato a suscitare ovunque aspre reazioni (od ovazioni...) per via di certe idee che vi sono contenute. Idee così insolite, che un professore di liceo stimato come Lange ha preferito divulgarle ricorrendo ad un falso nome, per mantenere intatta la propria rispettabilità accademica...




Quali idee?




Oh, in particolare, l'elemento che più colpisce nel racconto di Tarl Cabot è il modo in cui sono regolati su GOR i rapporti tra gli uomini e le donne. Tutte le donne più belle di quel mondo, infatti, considerano come la cosa migliore che possa loro accadere quella di venire catturate, picchiate, sottomesse e possedute da un uomo: e per «possedute» lo si intende nel senso totale. Fare la schiava, su GOR, sembra costituire infatti la massima aspirazione di tutte le femmine umane degne di questo nome.




Che cosa possono pensare le donne della Terra di questa «filosofia»? Be', ce lo possiamo facilmente immaginare, dato che qui la società si è sviluppata in maniera totalmente diversa. Certo è che se io solo osassi rivolgermi alla mia dolce moglie Lydia chiamandola «schiava», allora... be', sicuramente finirei per avere bisogno di medicazioni per un occhio nero.




Su GOR, invece... su GOR, invece...(sospiro)...




Siccome questa è la «filosofia» che permeatuttoil «Ciclo di GOR», potete quindi capire come mai l'austero professore di filosofia John Frederick Lange Junior abbia preferito avvalersi dello pseudonimo di «John Norman» per pubblicare questi libri... o «resoconti» che siano. Anche lui, probabilmente, non voleva che la moglie o le allieve gli facessero un bell'occhio nero...




(A essere precisi, però, quest'aspetto delirantemente maschilista e totalmente anti-femminista della filosofia del «Ciclo di GOR» non emerge subito... almeno non in questo primo romanzo della saga, che è più tradizionale e classico, burroughsiano. Ma nei prossimi... nei successivi, specie dal quinto in poi... VEDRETE!)




In ogni modo, malgrado le proteste delle ragazze e delle donne, il «Ciclo di GOR», la più violenta epica antifemminista forse mai data alle stampe, ha avuto un successo enorme in America... un successo che ancora oggi continua: ogni volume vende in media almeno 300.000 copie, contro le 5.000 dei libri di Tanith Lee e di Fred Pohl o le pur già eccezionali 100.000 copie dei romanzi di Clarke e di Asimov!




Forse che, in fondo al loro cuore, i lettori maschi americani condividono la teoria di GOR, secondo cui l'«unica donna buona è la donna schiava»?




In Italia, che cosa accadrà? I lettori italiani difantasye di fantascienzamostreranno verso la «filosofia» di GOR lo stesso entusiasmo dei fanamericani, oppure...?




Per quello che mi risulta, in Italia esiste una altissima considerazione per la donna che è, a dir poco, radicata fin dalla notte dei secoli: non è infatti forse il vostro il paese della gentilezza e dell'amore? Di conseguenza, anche perché a mio parere quello italiano è uno dei popoli più civili, raffinati ed evoluti di questo pianeta, io ritengo che la «filosofia di GOR» troverà ben pochi estimatori lì da voi... anche perché tutti sanno che i maschi italiani vantano pure una tradizione più che millenaria di«latin-lovers»,amanti perfetti ed eccezionari che non hanno certo bisogno di picchiare o bastonare le loro donne per piegarle ai propri voleri.




Però... però questo non vi impedirà, ne sono sicuro, di divertirvi ugualmente leggendo i romanzi del «Ciclo di GOR», libri sicuramente discutibili in quanto a filosofia, ma altrettanto certamente piacevoli e divertenti come letteratura di svago e di evasione.




Ma che Dio protegga «John Norman» dalla vendetta delle femministe scatenate!
il Bdsm dovrebbe unire le genti,scegliete voi dove separarvi

benvenuto viandante

martedì 19 ottobre 2010

Poesia schiave

Schiave

Un pomeriggio di fine agosto alcune schiave

Si ritrovarono vicino ad un falò

Si parlava di appartenenze una donna cominciò a dire riferendosi ad un’altra.

: io sono più schiava di te perche voglio un Padrone.

L’altra ribatte: io sono più schiava di te tutte perche voglio il collare.

Un’altra ancora disse: io sono più schiava di te perche voglio essere frustata.

Un’altra: io sono più schiava perché voglio un collare.

E un’altra: io sono più schiava perche voglio essere una cagna.

L’ultima che era stata zitta si alzò tra loro.

La sera era giunta e riattizzando il fuoco disse.

Finche parleremo senza pensare di ciò che vogliamo per noi.

Questo fuoco si spegnerà come la nostra anima.

Teniamolo vivo senza volere un giorno un

Padrone lo scorgerà fin dalla più alta cima.